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Don’t worry darling

L’altra sera io e la mia amica Chiara siamo andate al cinema a vedere questo film. 


https://drive.google.com/uc?export=view&id=1JF9W3Nlk1PK1twPKvriZ2OeSoa88euii


È un thriller psicologico, ambientato un mondo che richiama gli  anni ‘50/‘60 in America, quindi quelli del boom economico, dove le donne non devono preoccuparsi d’altro che di pulire e cucinare, i ritmi sono sempre ben scanditi e ogni giornata è uguale all’altra e sembra il culmine del sogno americano tanto che sembra di essere perennemente dentro una pubblicità. 



 

Questo film  mi ha richiamato molto ad altri due prodotti audiovisivi, la donna perfetta e tanti piccoli fuochi.


Quello che accomuna tutti e tre è il desiderio di costruirsi una vita perfetta, dove tutto funziona con un ordine prestabilito senza lasciare spazio alla libera creatività e all’imprevisto, che al contrario viene respinto. Con il sopraggiungere di un imprevisto la realtà inizia a crollare e viene fuori tutta la malvagità  e la crudeltà che si nasconde dietro questo mondo apparentemente perfetto. Il che è per me quasi catartico perché mostra chiaramente che un mondo così perfetto, il regno della felicità, non può esistere, se non a costi di menzogna molto elevati e questo mi aiuta ad apprezzare ancora di più la realtà che mi circonda. Così imperfetta, faticosa e imprevedibile, ma vera. 


Spoiler:  Da qui in poi farò degli spoiler per cui se hai già visto il film o sei un temerario che non teme gli spoiler prosegui pure, per tutti gli altri, se volete potete ritornare in un altro momento, dopo aver visto il film, questo post resterà su questo blog ad aspettarvi quando vorrete. 


Verso la conclusione il film svela che si tratta di una realtà virtuale. Il marito insoddisfatto della sua realtà trova lavoro presso questo programma di realtà virtuale nel quale trascina la moglie inconsapevole. 

Il che mi ha suscitato numerosi interrogativi e riflessioni. 

Da un lato mi è tornato in mente questo articolo di Alice Oliveri ( http://www.iconografie.it/impero-e-bts/ ) e di come infondo questo film non sia altro che una metafora di quello che Oliveri descrive molto bene ovvero come il sogno americano attraverso il virtuale sia morto e abbia smesso di essere americano diventando globale, questo però ha decretato anche la sua morte. 

Ma in realtà anche quanto sia facile per tutti rifugiarsi in una realtà online confondendo il finto con il vero. Quanto chi più trova insoddisfazione dal reale più ne cerca in realtà virtuali, senza andare agli estremi voluti dal film, mi vengono in mente videogiochi come The Sims o banalmente le vite di altri che vediamo costantemente sotto i nostri occhi su Instagram e alle quali sembra a tutti di appartenere. Questo film è quindi sì catarchico, si paradossale, ma anche tristemente reale. 

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