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Not okay, l’uso scorretto dei social e la banalizzazione della salute mentale

Ho visto questo film senza troppe aspettative a dire la verità e devo dire che è riuscito ad essere molto peggio persino delle mie aspettative. 

Intendiamoci il film di per sé è anche carino nel suo svolgimento, ma è un’occasione mancata. 

Perché? (Vi avverto che ci saranno spoiler) 

Dannie, la protagonista, con l’obbiettivo di diventare famosa si trova in realtà impantanata in una serie di bugie fino ad arrivare a fingere di essere una survivor degli attentati di Parigi. Questo fatto le fa quindi ottenere la notorietà che desidera e le fa stringere una forte amicizia con una adolescente famosa sui social per essere realmente sopravvissuta a una sparatoria in una scuola. Tutto questo però a un certo punto desta i sospetti di una collega che indaga, scopre la verità e la costringe a confessare tutto. Questo per Dannie è la rovina perché diventa vittima degli haters e della vergogna mediatica così diventa sì famosa e nota, ma come modello negativo, la cosa deludente? Che il film finisce così. Non c’è un tentato di capire il perché o il per come, non c’è una critica all’utilizzo scorretto dei social né un’accenno al fatto che se una persona arriva ad inventarsi una cosa del genere forse proprio bene non sta. 

Certo la morale del film è chiara e didascalica: a tutti piacerebbe essere famosi online, ma se per farlo sei disposto a inventarti una finta identità sei una brutta persona. 

Chiaro e didascalico, ma siamo sicuri che la realtà sia così semplice: A =B ? 

Io ho i miei dubbi. Mi sarebbe infatti piaciuto che venisse invece approfondito il perché Dannie abbia mentito. 

Perché se stai bene non hai ragioni per mentire. Se stai bene non hai ragioni per inventarti una bugia così grande e ritrovarti a vivere una vita che non è la tua. 

E qui si vede un altro tema non sviluppato, infondo alla collega cosa gliene frega di rivelare la verità? Cosa importa ai media di sbugiardarla e deriderla? 

È così importante? 

Non fraintendetemi ovviamente non difendo il fatto che Dannie abbia mentito è ovviamente sbagliato. Ma che gusto c’è a smascherare una persona, a costringerla a dire la verità se la verità non libera ma distrugge? Io credo molto nell’autenticità, nella verità, ma come atto salvifico, non punitivo. 

La verità è preziosa perché tiene dentro tutto e non distrugge niente: per esempio il rapporto di amicizia tra Dannie e la ragazza sopravvissuta alla sparatoria era vero. Il mezzo che le aveva fatte incontrare era finto, ma l’amicizia era vera. 

Questo è un po’ quello che mi spaventa dell’uso che alcune persone fanno dei social. 

I social sono finzione. È inutile stupirsi, è inutile far finta che non sia così perché i social hanno successo proprio per questo motivo: ci piace guardare delle storie. Dall’inizio dell’umanità è così, poi nel ‘900 con l’avvento della televisione è diventato più diretto, le storie sono diventate visibili da tutti a qualsiasi ora, con l’avvento poi delle videocassette, dei dvd e infine dello streaming anche in qualsiasi momento lo so desideri, i social sono un naturale prolungamento di questo fenomeno. Storie che possiamo vedere e seguire gratuitamente in qualsiasi momento dai nostri telefoni ovunque noi siamo. Tant’è che per quanto per noi sia gratuita la fruizione chi posta ha un riconoscimento, i creatori sono pagati. Perché ci stupiamo allora? 

Ci stupiamo perché le storie sono infondo dei modelli, degli esempi messi su un piedistallo. Vivono delle vite che molti vorrebbero vivere giustificate dal fatto “io posso perché” e quel perché per molti è irraggiungibile. Questo per molti è frustante, tornando all’esempio del film il perché di “Dannie” è stato essere presente per puro caso all’attentato di Parigi. Lo spettatore del film conosce la verità fin dal minuto 0 del film, non è vero, la protagonista si è inventata tutto. Ma siamo gli unici insieme a Dannie a saperlo. Una volta smascherata Dannie però questo suo perché le si ritorce contro e diventa odio e se ci pensiamo il suo perché autentico diventa un altro: quello di essersi inventata di essere vittima di un attentato per avere una storia da raccontare diventando così un modello sì, ma negativo. 

Ma siamo sicuri che sia così? 

Io non vedo in Dannie una persona cattiva. Io vedo una persona sola. Vedo una persona a cui la stessa società che dopo la pone come modello negativo dice costantemente che per essere una persona degna di essere notata deve avere costantemente delle storie da raccontare e non delle storie qualsiasi, delle storie giuste. Così Dannie quasi inconsapevolmente sceglie di appropriarsi di un dolore, un dolore che non è suo, ma non per questo è un dolore più intenso del suo, semplicemente è un dolore più tangibile e quindi riconosciuto. Il dolore che invece Dannie prova veramente non è tangibile e per tanto viene accusato di essere falso e denigrato eppure è vero. 

È vero perché come scriveva l’altro giorno su Instagram la dott.ssa Stefania Andreoli (parafraso perché non sono riuscita a ritrovare la citazione corretta) le malattie della psiche non sono altro che varie espressioni dell’unico disagio che è l’incapacità di rappresentare e mostrare l’autenticità del Sé. Questa è Dannie. Questi siamo tutti noi. 

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