Quando sono tornata a casa da scuola e ho visto l’ambulanza. Quando mentre mi avvicinavo all’ambulanza mi hanno fermata e mi hanno detto che stavano soccorre te, mia mamma, e di non avvicinarmi. Quando ho dovuto chiamare mio padre e dirgli quello che stava succedendo e che io stessa non stavo capendo. Quando una mia vicina di casa inavvertitamente mi ha detto che eri caduta dal balcone non sapendo che ancora non ne ero a conoscenza. Quando sono salita a casa di una mia amica ignara di quello che sarebbe successo con il cuore nello stomaco. Quando il pomeriggio correva e io ancora non sapevo dare un nome a cosa stava succedendo, ma in cuor mio già sapevo. Quando è arrivato mio padre a prendermi, ci siamo seduti sul divano e ha detto “la mamma non c’è più”. Quando sono venuta a vederti in obitorio. Quando mi è stato detto com’eri morta.
Quando, dopo il funerale, la tua bara è scesa giù nel terreno.
E a questo punto si potrebbe dire basta. Si potrebbe dire che il grosso della tragedia sia finito. Si potrebbe dire, come ci siamo detti più volte io e papà nei giorni successivi, che da lì in poi c’era solo da capire come sarebbe andata avanti la nostra vita nonostante questo dolore immenso.
E a questo punto di solito il film finisce. Dopo la sepoltura della bara è finito tutto.
E invece si tratta solo di una mera illusione, perché c’è un poi, quel poi che nessuno racconta, ma esiste ed è devastante forse più di tutto questo: oggi dopo sedici anni devo ritornare lì. Mi è richiesto di rivivere tutto insieme. Tutto quello che sedici anni fa ho vissuto diluito attimo per attimo oggi ridiventa presente. Oggi la tua bara viene riaperta, mamma, e riapre il vaso di Pandora. Riapre il vaso di Pandora del dolore di quello che non doveva accadere e invece è accaduto.
Tante vecchie domande si rifanno nuove e forse potrebbero avere risposte diverse, lasciarti qui dove possiamo venirti a trovare o portarti dover saresti voluta essere tu nella tomba di famiglia tra il caldo abbraccio dei tuoi genitori?
Poco dopo la tua morte papà ha scritto un numero della sua rivista dedicato a te di cui mi ricordo una sola frase e forse nemmeno esatta che recitava “di salute mentale si può morire”. Questa frase mi ha fatto compagnia ogni singolo giorno in questi sedici anni ed è forse l’unica vera risposta a quello che è successo. Non c’è ne sono altre.
In questi anni mi è stato ripetuto tante volte “quanto sei forte” e questa frase mi ha sempre innescato dentro una grande rabbia perché non è vera. Io non sono forte. Semplicemente il sole all’alba del 20 marzo 2008 è sorto lo stesso. Io c’ero e tu no. Il 19 marzo 2008 alle 20.30 hanno mandato in onda lo stesso la puntata di “Un posto al sole” che di solito guardavamo insieme, io l’ho vista, tu no.
E oggi sono qui non perché io sia forte, ma perché riesumano la tua salma. E l’unica cosa sulla vita che so è questa: Esserci.
E esserci non è un merito, non è un’attestazione di coraggio, ma semplicemente un dato di fatto. Tu quel giorno non c’eri più perché non c’eri già più per te stessa e chissà da quanto tempo e anche questo è un dato di fatto.
Oggi non ci sei però ci sono io.
Non sono da sola. Ci sono anche i tuoi fratelli F. e G. . E mentalmente ringrazio i tuoi genitori, per averti regalato due fratelli.
Arriviamo al campo e aspettiamo, imbarazzati e impacciati. È la prima volta, e speriamo l’ultima, che ci troviamo in una situazione simile.
Ci offrono il caffè. Aspettiamo sul marciapiede adiacente che ci dicano se ti sei decomposta o meno. Decomposta. Poi riportano fuori la scatola con la tua salma un nome, una data di nascita e una data di morte. Lì dentro c’è quello che resta di te.
Dove lo mettiamo?




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