Come si svolge il processo di un attentato terroristico?
A questa domanda risponde in modo esaustivo Emmanuel Carrère nella sua ultima pubblicazione: V13.
Il libro infatti è una narrazione puntuale di quello che è accaduto durante il processo visto attraverso i suoi occhi.
Tutta la prima parte è estremamente toccante perché racconta il vissuto delle vittime sopravvissute e dei loro parenti che si sono costituiti al processo come parti civili. È impressionante leggere di come alcune di queste vittime, per quanto siano state toccate da una situazione così tragica, abbiano estrema fiducia nel processo come strumento che permetta agli attentatori di spiegare che cosa volevano dire attraverso questo attentato e qual era la verità che volevano così tanto che venisse ascoltata da uccidere così tante persone innocenti per potersi fare sentire.
Impressionante sì, ma purtroppo quando è il turno degli accusati, parte che costituisce la seconda sezione del romanzo, questa possibilità è in gran parte sprecata. Ovviamente i principali carnefici al processo non sono presenti per giusta causa in quanto sono morti facendosi esplodere durante l’attentato, ma ci sono invece degli accusati secondari che hanno partecipato all’attentato e all’ultimo hanno rinunciato a farsi esplodere( a loro detta per un senso di umanità), persone che hanno collaborato con gli attentatori in modo più o meno consapevole, dando loro per esempio passaggio in macchina e rifugio la mattina successiva all’attentato o persone che avevano collaborato alla progettazione dell’attentato, ma che poi per un caso fortuito quel giorno non sono riusciti a raggiungere Parigi.
La maggior parte di essi tuttavia si avvale del silenzio, alcuni non si presentano neanche in aula perché non hanno fiducia nel processo. Le motivazioni che vengono date per giustificare l’attentato sono fumose, probabilmente relative a una rivalsa rispetto al ruolo che ha esercitato la Francia in Siria, ma nessuno degli accusati riesce a spiegarlo precisamente.
Carrère ricostruisce la loro vita, dove sono nati, che luoghi frequentavano e come sono diventati estremisti riflettendo in modo puntuale sulle varie tematiche che man mano si presentano durante il processo. Interessante è la riflessione che fa riguardo a chi non ha partecipato all’attentato, ma avrebbe dovuto, perché gli attentati terroristici sono forse l’unico caso giuridico in cui il processo può essere fatto anche alle intenzioni, di solito infatti a livello legale quello che contano sono i fatti, non quello che si sarebbe voluto fare, ma progettare un attentato è meno grave che compierlo? Sicuramente sì, ma per questo non è punibile?

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