Questo romanzo è una sorta di anti-romanzo. La trama è statica, i sentimenti non vengono mai rivelati e sembra che agisca un po’ casualmente.
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Il libro racconta la storia di Selin, una ragazza brillante che sta intraprendo il suo primo anno di studi ad Harvard (una delle università più prestigiose degli Stati Uniti e oserei dire anche del Pianeta). Il suo sogno è quello di diventare una scrittrice e per questo ad Harvard si iscrive a una serie di corsi che vanno dalla linguistica alla psicologia per tentare di comprendere la lingua e il genere umano. Rimarrà tuttavia molto delusa da questi corsi e dall’ambiente universitario in generale. Abituata a primeggiare alla high school al college si trova invece smarrita, circondata da una serie di persone molto intelligenti, che hanno opinioni su tutto e si trova smarrita senza bussola. Bombardata da informazioni e avvenimenti che non riesce ad afferrare, ma che la sovrastano lasciandola senza la capacità di rimettere insieme i pezzi e di guardare la realtà alla luce di un quadro complessivo.
L’unico corso che invece la stupirà positivamente è uno dei corsi opzionali che sceglie: lingua russa. In questo corso incontrerà due persone estremamente significative per lei, Svetlana, la sua unica amica e confidente, e Ivan, un ragazzo già impegnato con cui intraprenderà una relazione sentimentale molto ambigua.
Tutte le circostanze in cui Selin si trova sembrano del tutto casuali. Fino a che non si coglie che in realtà semplicemente l’autrice pur narrando in prima persona, cela l’intenzionalità della protagonista per enfatizzare il senso di spaesamento e confusione in cui si trova.
Non si riesce mai per tanto a empatizzare con la protagonista perché non comunica mai al lettore quello che realmente pensa. Sembra perennemente in balia delle situazioni che le accadono e spesso non sa neanche lei perché si trova in determinate situazioni. Come se accadessero e basta. Questo suo tenere nascoste le emozioni appare molto irritante a tratti nauseante.
Selin è sì un personaggio piatto e disorientato dalla vita, come tutti a 19 anni, ma non è del tutto folle a iscriversi a un corso di matematica nonostante non c’entri nulla con il suo piano di studi, lo fa perché è attratta da Ivan. Infatti Selin e Ivan poco dopo il loro incontro iniziano a intrattenere una lunga corrispondenza epistolare che li farà legare sempre di più. Entrambi però non prendono posizione e la relazione rimane a un livello fittizio, ideale e tossico.
Selin vive una profonda situazione di disagio. Si fa guidare dagli eventi e a conclusione dell’anno accademico passerà l’estate in Ungheria nel tentativo di sentirsi più vicina a Ivan (che è Ungherese di origini). Nulla però riuscirà a saziare il suo senso di inquietudine e a farle accettare il fatto che il rapporto con Ivan fosse un rapporto fittizio, neanche l’allontanamento definitivo di lui.
Il personaggio che più riflette le sensazioni che si provano leggendo è quello di Ròzsa, una ragazza ungherese che sogna di diventare insegnante di inglese e che Selin conosce durante il suo soggiorno in Ungheria, che si pone davanti a Selin infastidita perché non riesce a fare da cassa di risonanza a quello che prova. Vorrebbe che Selin si aprisse. Ma Selin è imperscrutabile. Tuttavia (non posso parlare per gli altri lettori, ma almeno a me è accaduto così) Ròzsa compare in un punto del romanzo abbastanza avanzato, tanto che a Selin, seppur con tutti i suoi difetti, avevo incominciato a volere bene. Per cui in realtà è stata Ròzsa a darmi fastidio e non Selin.
Ròzsa però nonostante il suo essere terribilmente fastidiosa è l’unica che riesce a smuovere Selin e a portarla a cercare almeno un po’ di chiarezza.
È un romanzo molto intricato alle volte incomprensibile e frustante che però riflette una realtà importante: quella dei giovani adulti. Descrive infatti molto bene le sensazioni e il modo di sentirsi dei ventenni di oggi, età che mi sto apprestando ad abbandonare.
Forse è proprio così: a 19 anni, è passata l’euforia dei 18, anno in cui improvvisamente puoi fare tutto quello che fino a quel momento non potevi fare (votare, firmarti le giustifichi e i voti da solo, volendo anche guidare, bere e fumare…), ma sentì addosso l’obbligo morale di incasellarti al più presto nella persona che sarai per il resto della tua vita: mestiere, famiglia etc.. devi fare in fretta non perdere tempo si gioca tutto adesso. Lo fai, con addosso una frenesia immensa, una mancanza di comprensione verso il mondo e cerchi a tutti i costi di riempire quella casella. Dopo i 26 però ti rendi conto di una cosa: vivrai potenzialmente ancora gli anni che hai moltiplicati per 3 più all’incirca una 10 d’anni (anno più anno meno, alcuni anche 20). C’è tempo. Hai tempo per crescere, per vivere, per essere felice, per piangere, per amare, per soffrire. Hai tempo. E più si avvicinano i 30 (e spero anche quando si superano) più hai competenze e conoscenze che ti permettono di decidere man mano dove andare. I 30 non sono la morte. Sono una figata.
Tutto questo però a 19/20 nessuno te lo dice, ti sembra che ogni cosa farai in quegli anni sia determinante per la vita.
Spoiler: non è vero.
Per questo se c’è qualche giovane adulto all’ascolto che è arrivato fino a questo punto vi direi così: vivi e ascoltati. Non disperarti, hai tutto il tempo del mondo. La vita è tua. Vivila e non fartela portare via da nessuno, soprattutto dalla fretta.
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