Qualche settimana fa ho visto questo film che ho trovato molto interessante.
Capitan Fantastic racconta la storia di una famiglia sui generis, che per estremi ideali anti-capitalisti decide di tenere un tenore di vita estremamente primitivo vivendo in una foresta americana e procurandosi da sé cibo e vestiti, ma anche studiando in modo molto approfondito sotto la guida vigile del padre, che i figli denominano Capitan Fantastic. La routine viene però sconvolta dall’improvviso suicidio della madre, che era tornata a casa dei suoi genitori per curarsi dal suo disturbo bipolare. La famiglia allora si mette in viaggio attraversando l’America sul loro Van per dare l’ultimo saluto alla madre, questo però comporta inevitabilmente un ritorno alla civiltà a cui la famiglia non è abituata e quindi il confronto tra il loro stile di vita e la “normalità” del resto degli Stati Uniti. Il padre in questo viaggio è costretto quindi a rimettersi in discussione e a ridarsi le ragioni per cui ha scelto di vivere in un certo modo e se questo sia un bene o meno per i suoi figli, scontrandosi con le accuse del fratello e del suocero che vorrebbe avere la tutela legale dei figli. Questo viaggi avrà come risultato finale quello di un punto di incontro tra i suoi ideali e il mondo contemporaneo, rinunciando all’estremismo in cui a vissuto negli ultimi anni senza però snaturarsi del tutto.
Il film si focalizza sui vari punti di vista senza dare risposte, sottolineando che ognuno fa quello che può per come gli riesce e per le possibilità e attitudini che ha. Senza arrivare agli estremi di Capitan Fantastic tutti infondo ci muoviamo allo stesso modo, cerchiamo di fare del nostro meglio per soddisfare noi stessi e le persone che ci sono care, quello che il film evidenzia, che il protagonista capisce durante il film e che io personalmente mi porto a casa dopo la visione, è che portare all’estremo le proprie convinzioni spesso fa più male che rinunciarci del tutto, il compromesso non è una sconfitta, ma un modo di vivere nel mondo, in un mondo che non è perfetto, ma in cui non si è soli e non si può vivere da soli.
Un’altra cosa che mi ha colpito molto è la figura del padre, che inizialmente nelle prime scene appare estremamente burbero, fanatico e primitivo, ma piano piano nella narrazione vedendolo nel rapporto con i figli ed entrando nella realtà della loro famiglia diventa non solo un padre come tanti che fa quello che può per la sua famiglia, ma anche premuroso e vigile su i suoi figli. Una dinamica che è difficile da cogliere dall’esterno, ma che osservandola attentamente dall’occhio privilegiato dello spettatore, si può osservare che è funzionale al tipo di famiglia e di figli che la compongono.
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