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Ho perso la voce




Ho perso la voce. 



Qualche settimana fa ho rincominciato a insegnare. Non mi va di scrivere i dettagli, per tutelare la mia privacy e quella delle persone che mi circondano, per cui scriverò qui solo lo stretto necessario. 

L’arrivo in classe è stato piuttosto traumatico: la scuola in cui sono stata nominata è molto diversa dalla precedente dove vi era un solido impianto organizzativo e un’utenza differente, inoltre sono stata chiamata per un tempo limitato ma in un periodo di grosse scadenze a cui dovermi attenere senza neanche avere modo prima di ambientarmi. Di base io reagisco male allo stress e alla fretta, ho bisogno del mio tempo, dei miei tempi che a volte ho l’impressione che non seguano mai quelli degli altri, su alcune cose vado nettamente più veloce, mentre su altre immensamente più lenta. In questo contesto molto caotico e stressante, a cui si aggiunge anche lo stress tipico del lavoro che sono tenuta a svolgere, il mio corpo, complice anche la stagione climatica in cui ci troviamo e il conseguente cambiamento repentino delle temperature, si è ammalato. Un semplice raffreddore niente di più, che però, in questo periodo storico mette di più in allarme rispetto a tre anni fa (ma niente paura i tamponi mi hanno rivelato che no, non è covid) però mi è successa una cosa che non mi era mai accaduta prima: ho perso la voce. 

La voce che mi è indispensabile per svolgere il mio lavoro, ma anche la voce che credevo che avrei trovato svolgendo il mio lavoro, ma che invece mi accorgo di non avere o almeno non come vorrei. La voce che invece che libera si ritrova in gabbia a essere utilizzata come strumento di altri per scopi di cui non capisco il senso e non al servizio per gli altri per contribuire al cambiamento del mondo.



La voce che in quinta superiore credevo di poter usare al meglio delle mie capacità nell’insegnamento. Quella voce che per inseguire questa strada ne ha spente bruscamente altre perché mi era stato detto che non ero all’altezza e capace di fare qualsiasi altra cosa che non comprendesse l’italiano e il latino e in realtà forse anche queste nì, ma se proprio dovevo esistere forse potevo provare a buttare un occhio in quella direzione. 

Le voci giudicanti degli altri che non erano la mia. Le voci che ritenevo più giuste e affidabili della mia. 

Ora però la mia voce ha tirato bruscamente il freno e ha deciso di farsi da parte.  In fondo, è come se avesse deciso di scomparire così che io la smetta di usarla per infarcire discorsi e pensieri di altri con il desiderio di andare un po’ più bene a me stessa e agli altri e inizi a ascoltare in silenzio cosa ho da dire. Ad ascoltare in silenzio tutti i miei dubbi e le mie incertezze e a dare loro spazio invece che cercare di zittirle. 

L’assenza della mia voce mi obbliga a farmi spazio e accorgermi che ci sono. Sono viva e onestamente, a differenza di tante e troppe volte del mio passato, non mi dispiace nemmeno esserlo. 

Non c’è più bisogno di cercare di sopravvivere. 

Ora posso vivere. 

Ora SCELGO di vivere. 





Ma per vivere ho bisogno di non accontentarmi e di andare avanti a ballare ascoltando solo il mio ritmo. 

Come nel libro di Murakami, Dance Dance Dance. Perché solo ballando al mio incomprensibile ritmo in ogni caso, qualsiasi cosa accada, le cose andranno come devono andare: bene. 



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