Domenica pomeriggio sono andata con la mia amica Chiara al cinema a vedere questo film.
Era uno dei titoli che mi incuriosiva dei film del festival di Venezia di quest’anno.
Love Life film giapponese del regista Kōji Fukada. Mi ha ricordato molto la concretezza delle ambientazioni di Ozu. Il film si apre con una situazione quotidiana insolita: Tazu, la protagonista, vuole a tutti i costi farsi accettare dal suocero che non vede di buon occhio la sua l’unione con il marito perché lei era già sposata con un figlio. La situazione viene però sconvolta da un fatto particolarmente drammatico che stravolgerà le vite dei protagonisti e le costringerà a fare i conti con il proprio vissuto e il proprio passato prima di sposarsi.
I protagonisti non si pongono in chiave di risposta e non è mostrato un quadro ideale con il quale fare i conti mostrano semplicemente il loro tentativo di stare di fronte alla drammaticità della vita. Questo mi ha ricordato molto anche i romanzi di Murakami e tutta la letteratura e la narrativa giapponese che si pone in modo molto diverso da quella occidentale. Dai contenuti occidentali (non tutti, ma in molti casi sì) ci aspettiamo sempre un insegnamento, una qualcosa che ci permetta di vedere attraverso una realtà simulata come bisognerebbe agire in certi casi mostrando l’esempio positivo o negativo, dando in ogni caso in indicazione precisa di come la società si aspetta che una persona si comporti in una determinata situazione. Un film come Love Life invece è spiazzante perché il suo intento è puramente narrativo i personaggi alle volte fanno cose incredibilmente senza senso ed è difficile immedesimarsi, ma perché è la loro storia non la nostra e come in ogni storia vera il perché si agisce in un determinato modo piuttosto che in un altro dipende da una serie di fattori soggettivi ed empirici che ti hanno reso la persona che sei.
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