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The Dropout






Questo post non era in programma. Dopo il post su Bianca Pitzorno, ho iniziato a preparare un post, che arriverà qui spero, nei prossimi giorni, su un'altra serie tv, ma ieri ho finito di vedere questa serie e  la storia di Elisabeth Holmes mi ha toccata molto da vicino e per questo ho desiderato dedicarle subito un post perché possano rimanere qui le mie riflessioni a caldo su questa serie. 
Non vi dirò quanto da vicino mi abbia toccata e ho riflettuto molto se farlo, cambiando i personaggi e il contesto perché non fossero riconoscibili, ma ho deciso che questa parte della mia vita per il momento ha bisogno di essere adeguatamente custodita per trattarla con la delicatezza che merita. Chi mi conosce bene ed è stato presente in alcuni momenti della mia vita capirà. Proverò  pertanto a raccontarvi quello che mi ha colpito di questa serie e ciò che mi ha lasciato perplessa senza andare nei miei dettagli e senza fare spoiler per chi non ha visto la serie (anche se è basata su un fatto di cronaca realmente avvenuta, per cui in ogni caso lo spoiler non sussiste). 




The Dropout racconta la storia di Elisabeth Holmes e della sua truffa milionaria su danni dei suoi investitori e, nei casi più sfortunati, di alcuni ospedali della sanità dello stato dell’Arizona (USA). 



Elisabeth Holmes, personaggio realmente esistito (vedi foto sopra), è una giovane donna con un grande sogno: quello di diventare milionaria come Steve Jobs. Da piccola rispose infatti così quando le fu domandato. La sua ammirazione per Steve Jobs però è quasi ossessiva, tanto da essere sempre in prima fila per tutti i prodotti Apple e a imitarlo anche nel modo di vestire (copiando i celebri dolcevita neri). È una figura che tenta in tutti i modi di apparire sicura e disinvolta risultando però molto spesso goffa e impacciata.  

Viene ammessa a Standford anche grazie alla sua profonda conoscenza del cinese (nella serie non viene specificato, ma nella realtà conosceva bene la lingua per via del padre che viaggiando spesso in Cina per lavoro aveva voluto che i figli imparassero la lingua) e l’estate precedente all’inizio del College parte per Pechino per un approfondire la lingua cinese ed è proprio lì che conoscerà Ramesh Balwani, suo futuro amante e socio in affari. Viene ammessa a Standford con la prestigiosa borsa di studio presidenziale e viene ammessa poco dopo a un corso avanzato di Biotecnologie Mediche per la sua straordinaria bravura negli studi. Tuttavia dopo pochi mesi decide di abbandonare l’università per fondare la sua società (anche questa mossa, che in inglese viene definita “The Dropout” appunto, non è una scelta casuale, ma studiata per imitare Steve Jobs). Decide di lasciare gli studi per lanciare la società un macchinario portatile per eseguire degli esami  del sangue accurati prelevando soltanto una sola goccia. Prima di lanciare l’idea, si consulta con una professoressa, medico, di Standford, la quale le dice chiaramente che si tratta di un macchinario irrealizzabile, perché in campo medico ci sono molte variabili da considerare che il suo macchinario non potrebbe prendere in considerazione, ma Elisabeth decide di andare avanti ugualmente. 

Mano a mano per mezzo del suo carisma e della sua determinazione riesce a coinvolgere investitori molto noti e famosi e attirare l’attenzione di tre fra i più celebri Presidenti Americani. Questo porta l’azienda ad avere sempre più fama e le persone a fidarsi di lei e della sua azienda. Tuttavia dal punto di vista tecnico la questione è molto più complicata e si scontra da subito con l’irrealizzabilità del prodotto, nonostante millanti agli investitori la sua funzionalità. Dopo qualche anno di fronte al temporeggiare di Elisabeth gli investitori vorrebbero infatti rilevare le sue quote dell’azienda e licenziarla per inadempienza agli obbiettivi prospettati, ma, imitando la scenata che aveva visto fare poco prima a una commessa della Apple, riesce a convincerli a farla restare nell’azienda come socia maggioritaria e a farsi affiancare nella direzione da Ramesh Balawani che nel frattempo segretamente era diventato anche il suo amante. Quest’ultimo assumerà un ruolo molto autoritario e intimidatorio all’interno dell’azienda per cercare di non fare trapelare le falle che piano piano continuavano a emergere. Questo riuscirà a posticipare il fallimento dell’azienda di qualche anno.  

La storia, di cui prima di vedere la serie non ero a conoscenza, mi ha colpito moltissimo e mi ha fatto provare una serie di emozioni contrastanti. Mentre si svolgeva provavo un forte sentimento di rabbia sapendo che si trattavano di fatti veramente accaduti e che alcune persone inconsapevoli ne erano rimaste coinvolte pensando sopratutto agli ignari pazienti su cui viene sperimentato il macchinario, ma anche agli investitori che sprecano soldi tempo ed energie che avevano destinato in quella causa convinti di fare del bene e di rinnovare il sistema sanitario americano in una causa che poi si è rivelata deludente e per una ragazza che li truffava “consapevole” di ingannarli. Consapevole tra virgolette sì perché nella serie, come nella realtà, si percepisce bene che in realtà Elisabeth mente anche e soprattutto a sé stessa, ovvero è così all’interno di un meccanismo narcisistico di onnipotenza che lei per prima a sceglie di negare la realtà che ha sotto gli occhi e a decide che è quello che ha in testa lei il giusto. Ovvero che anche se i fatti dimostrano che il macchinario non funziona come lei aveva soltanto ipotizzato nella sua fantasia che chimici e ingegneri prestigiosi non riescano a farlo funzionare, che la sua professoressa sulla base di dati ed esperienza scientifica le abbia per prima cosa detto che non avrebbe funzionato, lei crede alla sua ipotesi, nella sua testa la sua ipotesi è quella giusta ed è la realtà che deve piegarsi a quello che pensa lei, non il contrario. 

Al tempo stesso però mi consolava e puntata dopo puntata saliva in me un desiderio di giustizia per il fatto di sapere che alla fine il castello di carte era crollato. La truffa è stata scoperta e Elisabeth come Icaro ha dovuto sperimentare che sono i fatti e non i voli pindarici quelli che alla fine premiano e hanno la meglio. 

La cosa invece che mi ha lasciata molto sconcertata è che quando alla fine la madre chiede il perché di tutto alla figlia, quest’ultima ricolleghi la questione a un fatto molto spiacevole accaduto al college e al fatto che la madre le abbia detto che doveva fare finta che non fosse accaduto e andare avanti. Non ho apprezzato questo ultimo dettaglio (per altro romanzato) perché, sebbene sia comprensibile che Elisabeth senza un’adeguata terapia e analisi non abbia in quel momento della storia gli strumenti necessari per capirsi, però quella frase da ricondurre la colpa su qualcosa di sbagliato come se la truffa fosse intera fosse riconducibile a un trauma subito e quindi a una dinamica umana. Il che l’ho trovato ampiamente deresponsabilizzante del personaggio. Avrei apprezzato di più un finale come nel film “…E ora parliamo di Kevin” che alla stessa domanda (in un contesto però completamente diverso) risponde “Pensavo di saperlo, ora però non lo so più”. 

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